
Mi capita, purtroppo sempre più spesso, di visitare pazienti a cui sono stati rilasciati dei consigli alimentari molto drastici MA soprattutto non motivati da una diagnosi che prevedesse restrizioni alimentari. Fuori dalla linee guida ma anche dal buon senso:
- escludere completamente il glutine
- escludere completamente il lattosio
- escludere completamente la soia
- escludere tutte le farine bianche (???)
- escludere tutti gli zuccheri (???)
In questo articolo non mi metto a spiegare perché da un punto di vista medico non sia corretto, senza una diagnosi o senza un vero sospetto clinico, escludere macro-categorie di alimenti giusto per andare un po’ a tentativi (“Togli il glutine e vedrai che così la tiroidite ti passa”). Lo fanno giornalmente meglio me tanti altri colleghi medici e nutrizionisti.
Io in questo articolo vorrei invece soffermarmi sull’impatto psicologico, anche inconscio, che possono avere questi consigli, soprattutto nelle menti dei più giovani.
Facciamo un esempio:


Sonia ancora non lo sa, ma sta sviluppando un disturbo del comportamento alimentare
Queste restrizioni drastiche e immotivate, oltre a non risolvere il problema, finiranno per generarle un timore eccessivo verso il cibo, che può sfociare in vere e proprie fobie.
Tanto è vero che da alcuni anni si sono coniati termini come carbofobia o carboressia, ad indicare proprio paura e demonizzazione dei carboidrati.
Ogni volta che un medico o un nutrizionista vi dice di togliere il glutine o il lattosio, non pensate a che impatto ciò avrà solo sul vostro intestino, pensate anche a che impatto avrà sulla vostra mente e sul sano approccio con il cibo
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